Non c’è futuro senza convivenza

Non c’è futuro senza convivenza
Coesistere e convivere sono due verbi molto simili, quasi sinonimi, per cui nel linguaggio quotidiano li usiamo talvolta in maniera indifferenziata. A pensarci bene, veicolano però significati un po’ diversi. Se due persone abitano lo stesso alloggio, saremmo portati a dire che convivono, non che coesistono. Nella seconda metà del Novecento l’espressione “coesistenza pacifica” connotava la politica estera tra Stati Uniti e Unione Sovietica: in inglese si diceva peaceful coexistence e in russo mirnoye sosushchestvovaniye. Si diceva “coesistenza”, non “convivenza” (che in russo sarebbe sožitel’stvo, parola nella quale si intravede la radice žizn’, vita).

“Vivere insieme”

Il termine con-vivenza è costruito sull’idea del “vivere insieme” (in qualche misura, in qualche modo, a qualche livello). Co-esistenza invece contiene in sé tutt’altro tema. Esistere deriva dal latino ex-sistere, dove troviamo la preposizione ex- (da, fuori), e il verbo sistere, che significa stare, porsi, fermarsi (sistere è forma derivata e intensiva del verbo sto, steti, statum, stare). A questo punto, possiamo immaginare che ex-sistere si addica a un oggetto il quale sta in qualche luogo. Ovviamente, non sta lì dall’eternità e dunque esce, emerge (ecco perché ex-) dal nulla, dalla terra, dalle mani dell’uomo e, fermandosi nel suo stare, manifesta appunto la sua esistenza. Un masso, una casa esistono: anche un albero, una persona, una società, uno Stato esistono. Se poi ci sono più alberi, più persone, più Stati che non si eliminano a vicenda, ma continuano a stare gli uni accanto agli altri entro un determinato spazio, diremo che essi coesistono.

Ma è un’altra faccenda dal convivere (vivere con, vivere insieme, condividere ambiti e modi di vita): le cose che abbiamo elencato prima possono coesistere senza necessariamente convivere. Coesistenza e convivenza vengono infatti fuori da radici concettuali molto diverse: la coesistenza – lo stare accanto ad altri enti dello stesso genere, ma distinti e separati – rinvia in definitiva all’essere; la convivenza – il vivere insieme ad altri – rinvia invece alla vita. Se vogliamo usare una parola che deriva dal greco, invece che dal latino, troviamo niente di meno che simbiosi (sym, con, e bios, vita). La coesistenza è tipica del mondo inorganico (massi e case, per esempio, stanno ognuno per proprio conto, gli uni accanto agli altri, senza interferenze). Al contrario, la convivenza è una dimensione esclusiva del mondo organico: la dove c’è la vita, c’è – ci può essere, o forse è inevitabile che ci sia – la convivenza.

E gli uomini? Un po’ convivono e un po’ coesistono: dipende dai contesti, dalle circostanze, dai livelli, ma anche dalle rappresentazioni che essi elaborano della loro vita e della loro esistenza. Una rappresentazione degli esseri umani come individui, come entità autonome e separate, legittima e incrementa il regime della coesistenza (quasi una visione inorganica della vita, se è lecito l’ossimoro).

Leggi tutti gli articoli de “La grande cecità”, la rubrica di Francesco Remotti 

Condivisione di futuro

Il lockdown è stato però una spietata dimostrazione di che cosa significhi perdere fattori e occasioni di convivenza. Quando ci sarà consentito uscire dall’assedio in cui ci troviamo confinati a causa di un coronavirus, una riflessione su coesistenza e convivenza potrà forse esserci di aiuto. Se da un lato è vero che una certa dose di separazione e di differenze è pur sempre indispensabile a ogni forma di vita, dall’altro è altrettanto vero che per venire fuori dalla morsa che ci attanaglia occorre coraggiosamente concepire nuove forme di convivenza: anzi, occorre fare della convivenza in quanto tale il tema su cui decidiamo il nostro destino.

Da parte di un qualsiasi “noi” convivere significa condividere parte della propria vita con “altri”: la convivenza è condivisione e coinvolgimento. Di mezzo, non c’è l’essere, lo stare della coesistenza; di mezzo c’è la vita, da progettare e da desiderare. Mentre la coesistenza è lo “stare fermi” nel presente (noi di qui, voi di là), la convivenza è – ha da essere – una vera e propria condivisione di futuro. 

Ma con chi convivere? Con chi dialogare e condividere ansie, obiettivi, vita, futuro? Ci sono infatti problemi di convivenza-in (pensiamo alle lacerazioni sociali prodotte da una massacrante crisi economica all’interno della nostra società) e ci sono problemi di convivenza-tra (convivenza con altri al di là di confini territoriali, ma convivenza pure con coloro che si trovano al di là dei nostri confini temporali). Inchiodati al presente da ossessive preoccupazioni identitarie e da politiche di mera coesistenza (le due cose coincidono nella loro miopia), non ci rendiamo conto che la convivenza si prolunga nel futuro: riguarda anche gli altri che abitano il futuro. Lo sapeva molto bene quel capo indiano a metà dell’Ottocento, quando alle autorità degli Stati Uniti che volevano impossessarsi della terra dei suoi avi ebbe a dire: “La Terra non ci è stata lasciata in eredità dai nostri padri, ma ci è stata data in prestito dai nostri figli”. È con loro che dobbiamo convivere.

Da lavialibera n° 6 novembre-dicembre 2020

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