Covid, aumentano povertà e sfruttamento dei migranti

Covid, aumentano povertà e sfruttamento dei migranti
In principio erano considerati immuni al Covid-19, in un fiat sono diventati gli untori responsabili di una nuova ondata di contagi. Bufale e campagne d’odio con protagonisti i migranti non sono mancate neanche durante le fasi più critiche dell’emergenza sanitaria. Una beffa oltre il danno visto che proprio gli stranieri sono tra coloro che stanno pagando e pagheranno il prezzo più alto della crisi, seppur siano stati indispensabili durante il primo lockdown. Hanno offerto il loro aiuto cucendo mascherine e consegnando la spesa agli anziani. E hanno lavorato in settori che abbiamo scoperto essere fondamentali: dalla cura delle persone alla raccolta dei prodotti ortofrutticoli nelle campagne, dove negli ultimi mesi le condizioni d’impiego sono persino peggiorate. Lo mette in evidenzia il Dossier statistico immigrazione 2020, firmato dal Centro studi e ricerche Idos, che quest’anno analizza anche il rapporto tra il fenomeno migratorio e la pandemia.

“Il Covid-19 ha aggravato condizioni di vita già difficili. A farne le spese, a livello sia globale sia nazionale, sono soprattutto i migranti con effetti a catena anche sui milioni di persone che dipendono dalle loro rimesse” Antonio Ricci – ricercatore del Centro studi e ricerche Idos

“Il Covid-19 ha aggravato condizioni di vita già difficili — spiega a lavialibera Antonio Ricci, uno degli autori del report —. A farne le spese, a livello sia globale sia nazionale, sono soprattutto i migranti irregolari, sottoccupati o nell’economia sommersa e senza accesso alla previdenza sociale, con effetti a catena anche sui milioni di persone che dipendono dalle loro rimesse”.

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Dequalificati e sottopagati: i lavoratori migranti

Le ragioni della maggior vulnerabilità dei migranti alle conseguenze della pandemia vanno ricercate nelle caratteristiche del mercato del lavoro italiano. Un mercato che gli autori del dossier definiscono “rigidamente scisso su base etnica”, dove le occupazioni rischiose, sottopagate, di fatica e bassa manovalanza sono ancora per lo più riservate agli stranieri, cui sembrano preclusi gli avanzamenti di carriera: i migranti restano inchiodati nelle stesse posizioni anche dopo anni di servizio e di permanenza nel nostro paese. Solo l’otto per cento di loro ha un impiego qualificato a fronte del 38,7 per cento degli italiani. Mentre circa due stranieri su tre svolgono lavori non qualificati o operai: il 63,6 per cento contro il 29,6 per cento degli italiani. “Questi lavoratori migranti sono doppiamente penalizzati — prosegue Ricci —. Non solo perché le loro condizioni di vita e di lavoro rappresentano un fattore di rischio per la diffusione del virus, ma anche perché sono impiegati nei settori maggiormente colpiti dai licenziamenti e dalle tanto da mettere in pericolo la loro stessa sussistenza”.

Da notare che, già prima della pandemia, un’ampia quota di lavoratori migranti viveva sotto la soglia di povertà, soprattutto in aree come gli Stati Uniti (24,8 per cento il tasso di povertà lavorativa nel 2018) e l’Europa meridionale (32,1 per cento in Spagna nel 2018 e 29,1 per cento in Italia nel 2017). Ecco perché, secondo il ricercatore, “è inevitabile che questi lavoratori potrebbero essere penalizzati dalla crisi economica che seguirà alla pandemia di Covid-19, a maggior ragione se si pensa che le misure per mitigarne gli effetti non sempre includeranno i migranti”. In particolare, sono due i settori attenzionati nel rapporto: agricolo e domestico.

La regolarizzazione: un’occasione mancata

“Escludere dalla regolarizzazione settori lavorativi diversi da quello agricolo e domestico è stata una scelta di gratuita crudeltà che ha tagliato fuori almeno 180mila persone” Gianfranco Schiavone – vicepresidente Asgi

Una grande occasione mancata, così Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), definisce la regolarizzazione dei lavoratori stranieri impiegati come braccianti, badanti e colf voluta dalla ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova. Più nel dettaglio, per quel che riguarda l’emersione del lavoro irregolare si parla di un “parziale fallimento”: infatti, le domande presentate sono state 207mila a fronte di una platea di 621mila potenziali beneficiari.

Una scarsa adesione che si spiega in parte con l’impostazione della norma, basata “quasi interamente sulla sola volontà del datore di lavoro di far emergere o meno il rapporto di lavoro irregolare”. Ma soprattutto con l’esclusione di altri settori lavorativi come la ristorazione, il magazzinaggio, il commercio. Una scelta — sostiene Schiavone — “di gratuita crudeltà” che ha tagliato fuori sin dall’inizio almeno 180 mila persone. Viene, invece, considerata un “fallimento secco” la regolarizzazione per i migranti con alle spalle un percorso di regolarità di soggiorno o un rapporto lavorativo regolare, che ha raccolto 13mila adesioni: anche in questo caso, un ruolo importante è stato giocato dalla rigidità dei criteri decisi.

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Nelle campagne italiane il 20 per cento di sfruttati in più

Ci siamo resi conto della loro importanza quando le nostre tavole hanno rischiato di rimanere senza più frutta, ortaggi e verdura. Ma le condizioni di vita dei braccianti nelle campagne d’Italia non sono migliorate. Anzi, stando alle stime del Centro studi tempi moderni, durante la prima fase emergenziale i lavoratori migranti sfruttati nel settore agricolo sono aumentati del 15/20 per cento. Uno sfruttamento portato avanti a un doppio livello. Innanzitutto, è stato rilevato un aumento dell’orario di lavoro che è oscillato tra le otto e le 15 ore al giorno, soprattutto nelle aziende di grandi e medie dimensioni. Al tempo stesso, sono diminuite le ore di lavoro denunciate e si è verificato un peggioramento delle condizioni lavorative: ridotti gli stipendi e anche le pause, con il conseguente aumento del rischio di incidenti. Inoltre, i braccianti hanno continuato a pagarsi da sé gli spostamenti per raggiungere gli appezzamenti di terreno, spesso viaggiando senza mascherine. “Molti datori — scrive Marco Omizzolo — hanno percepito la pandemia come una grande occasione per moltiplicare i propri profitti, leciti e illeciti, producendo una recrudescenza delle condizioni di lavoro e di sfruttamento della loro manodopera immigrata, riorganizzandone la gestione e le forme di impiego in un tempo estremamente breve, comportando il peggioramento delle loro libertà fondamentali”.

Coronavirus, perché le donne pagano il prezzo più alto 

Un discorso a parte meritano le donne migranti impiegate nelle campagne. Per loro le dure e faticose condizioni di lavoro sono spesso accompagnate da forme di violenza e sfruttamento sessuale. L’ultimo rapporto dell’Osservatorio Placido Rizzoto sulle condizioni di vita dei lavoratori agricoli ha messo in luce che in alcune zone del paese fortemente segnate da fenomeni di illegalità e criminalità organizzata l’abuso sessuale è “un elemento quasi sistematico di un modello produttivo che si basa sull’abuso di condizione di vulnerabilità delle donne e sulla loro necessità di non perdere il lavoro”. A ciò si aggiunge una disparità salariale. Le paghe delle donne sono mediamente inferiori rispetto a quelle degli uomini, nonostante gli orari siano pressoché equivalenti: a volte si parla di meno della metà di quanto percepito dai colleghi.

“Molti datori hanno percepito la pandemia come una grande occasione per moltiplicare i propri profitti, leciti e illeciti, producendo una recrudescenza delle condizioni di lavoro e di sfruttamento della loro manodopera immigrata” Marco Omizzolo – ricercatore

Settore domestico: persi 13mila posti di lavoro

Il settore domestico, che occupa in prevalenza donne straniere, è stato uno dei più colpiti durante il primo lockdown. Le difficoltà hanno aggravato una situazione di per sé già critica: si stima che circa sei lavoratori su dieci (ovvero circa 1,2 milioni di addetti su un totale di due milioni) si trovano senza contratto e, in alcuni casi, anche senza di permesso di soggiorno. Un fenomeno, quest’ultimo, molto diffuso. Tanto che a fine 2018 avrebbe riguardato circa 150-200mila domestici non comunitari irregolarmente impiegati nelle case degli italiani.

Con le restrizioni introdotte per contenere la pandemia, molte badanti, colf e baby-sitter hanno visto ridotto il proprio orario di lavoro e di conseguenza il proprio compenso. Altre si sono ritrovate senza più in tetto sopra la testa. Secondo Assindatcolf (l’Associazione sindacale nazionale dei datori di lavoro domestico), da marzo a giugno 2020 sarebbero andati complessivamente in fumo circa 12.950 rapporti di lavoro regolari. Non a caso, tra le persone che quest’anno hanno chiesto aiuto alla Caritas ambrosiana ci sono state molte donne filippine: un dato inusuale che si spiega con la crisi del settore dei servizi alle persona, in cui trova impiego la maggior parte delle lavoratrici straniere di questa nazionalità.

Crollano le rimesse, aumentano i poveri

Tutto ciò ha già avuto un’immediata ricaduta sulla contrazione dei flussi di rimesse spedite dai lavoratori stranieri presenti in Italia ai familiari rimasti nel Paese d’origine: nel primo trimestre del 2020 la Banca d’Italia ha registrato un meno 7,3 per cento rispetto allo stesso trimestre del 2019. La situazione non migliora allargando la prospettiva. A livello globale, si calcola che nel complesso la pandemia danneggerà il guadagno di 164 milioni lavoratori emigrati. Lavoratori che sostengono almeno 800 milioni di parenti nei paesi meno abbienti. Le analisi della Banca mondiale parlano chiaro: i flussi di rimesse verso i paesi in via di sviluppo nell’anno in corso diminuiranno di circa il 20 per cento, segnando il decremento più marcato nella storia recente.

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“È evidente che la chiusura di questo rubinetto, o un suo forte restringimento, può avere effetti devastanti in termini di accesso delle famiglie all’istruzione e ai servizi sanitari necessari — si legge nel dossier —. La pandemia ha messo a repentaglio un’arteria vitale della finanza globale, e molto probabilmente ciò sarà la causa del primo aumento globale della povertà e delle diseguaglianze dopo la crisi finanziaria asiatica del 1998”.

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