Cannabis light vietata, il regalo di Meloni alle mafie

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Il Presidente Biden ha annunciato nei giorni scorsi, come anticipato su queste pagine il 5 settembre scorso, che il processo di revisione della cannabis nelle tabelle del Controlled Substance Act (la legge che ha dato il via alla war on drugs di Nixon) sta volgendo al termine. La DEA, l’agenzia antidroga statunitense, ha condiviso il parere del Ministero della Salute e proposto di spostare la cannabis dalla Tabella I alla Tabella III. Ovvero da quella delle sostanze più pericolose, con relative pene detentive draconiane, a quella delle sostanze di cui è riconosciuto l’uso medico e la scarsa possibilità di dipendenza fisica e psicologica. Finalmente anche la burocrazia proibizionista USA, a piccoli e lenti passi, si avvicina alle conclusioni della Commissione Shafer del 1972. Il report della National Commission on Marihuana and Drug Abuse, nominata dal Presidente Nixon due anni prima, dopo averne valutati gli effetti sociali e sanitari e demistificati i pericoli, aveva infatti raccomandato la decriminalizzazione totale del possesso di cannabis negli USA. In Europa la Germania ha appena legalizzato la coltivazione e il consumo personale di cannabis, seguendo l’esempio di Malta e Lussemburgo. In Uruguay, Canada e 25 stati USA è stato introdotto anche un mercato legale in farmacie, negozi o dispensari.

Su questo sfondo internazionale arriva, in piena campagna elettorale, l’attacco del governo italiano alla cannabis light e alle persone che la usano. Il Governo Meloni ha infatti proposto un emendamento al disegno di legge “Sicurezza” che vorrebbe vietare tout court il mercato delle infiorescenze di canapa in Italia. A prescindere che queste contengano o meno THC, il principio attivo psicoattivo della cannabis, presente in quantità irrilevanti nei fiori di light. Il CBD invece, presente nella canapa industriale, non ha effetti psicotropi e nessun effetto collaterale significativo, come riferito dall’OMS a seguito della revisione scientifica del 2020.

Il testo infatti esclude esplicitamente dall’applicazione della legge 242/2016, ovvero proprio quella che voleva sostenere la filiera della canapa, i “prodotti costituiti da infiorescenze di canapa (Cannabis sativa L.), anche in forma semilavorata, essiccata o triturata, o contenenti tali infiorescenze, comprese estratti, resine e olii da esse derivati.” Specifica poi che anche il consumo di queste è escluso e che questo quindi rimane di fatto regolato dal Testo Unico sulle droghe. Si potrebbe introdurre l’assurdo giuridico di colpire con sanzioni amministrative per consumo di sostanze psicotrope (art. 75, DPR 309/90) anche chi usa infiorescenze senza effetti psicoattivi. Non solo: nel comma successivo l’emendamento vieta espressamente anche la lavorazione o il trasporto delle infiorescenze. Bontà loro non ne è vietata la coltivazione, per cui almeno non si dovranno uccidere le piante prima della fioritura. Per giustificare tutto questo il Governo ha tenuto a riformulare l’emendamento, motivandolo in premessa con possibili “alterazioni dello stato psicofisico” derivanti dal consumo di infiorescenze di canapa che possano mettere “a rischio la sicurezza o l’incolumità pubblica o la sicurezza stradale”. Un insulto al buon senso, prima ancora che alla scienza. Una “follia ideologica” per Riccardo Magi, che al termine del question time di ieri ha consegnato una bustina di “erba italica” al Ministro Urso. Il governo nella risposta ha motivato l’intervento legislativo come intervento chiarificatore della legge e come “recepimento” della famosa decisione a sezione unite del 30 maggio 2019. Questa sì considerava le infiorescenze potenzialmente soggette al Testo Unico sulle droghe, ma concludeva – e qui l’omissione di puro stampo ideologico è evidente – molto chiaramente “salvo che tali derivati siano, in concreto, privi di ogni efficacia drogante o psicotropa, secondo il principio di offensività”.

Il Ddl Sicurezza è già un’abnorme accozzaglia di inutili e pericolose norme penali, che mettono a rischio anche il diritto di manifestare il dissenso e introducono regimi carcerari inumani, in particolare per le detenute madri. Era difficile peggiorarlo. La destra ha però voluto confermare di voler usare il diritto penale come una clava e nell’immediato come strumento propaganda elettorale.

Vietando la cannabis light il Governo Meloni non mette solo fuorilegge oltre 13 mila persone – per lo più giovani – impiegate nel settore, manda sul lastrico 3 mila aziende e invita alla chiusura le centinaia di negozi nelle città italiane. Regala anche alle narcomafie tutti coloro che oggi la consumano. Come dimostrato dagli studi si tratta infatti in larga parte di un uso che sostituisce quello della cannabis illegale. Le associazioni di settore si sono mobilitate: Canapa Sativa Italia ha notificato all’Unione Europea una “potenziale violazione dei regolamenti dell’Unione Europea relativi alla libera concorrenza e alla circolazione delle merci”, essendo i prodotti che contengono CBD, infiorescenze comprese, legalmente fabbricati in altri Stati membri dell’UE.

Le esperienze di regolamentazione dimostrano tutto che è meglio regolare un mercato piuttosto che renderlo illegale. Perché l’illegalità non fa altro che produrre più danni: non garantisce la qualità delle sostanze, avvicina i consumatori all’ambiente criminale, stigmatizza e rende più difficile la prevenzione dell’uso problematico (anche se nel caso della cannabis light è difficile immaginarlo).

Evidentemente il governo Meloni vuole produrre più danni. Se manca il nemico lo si crea. Oggi diventa il fiore di canapa industriale, quella che coltivavano i nostri nonni: è troppo simile a quello della cannabis, la pianta del demonio. Il fiore è lo stesso di quella col THC a cui il Governo non a caso ha dedicato la “giornata mondiale antidroga” lo scorso anno, e quindi può indurre in tentazione. Ma la verità è disarmante: è come vietare la birra analcolica per prevenire l’abuso di alcol. L’effetto reale sarà semplicemente regalare alle mafie anche tutti i clienti del mercato legale della cannabis light.

L’8 e il 9 di giugno si andrà a votare le elezioni europee e amministrative. Ci sono tanti candidati e tante candidate che si sono impegnati per una riforma delle politiche sulle droghe a livello europeo, italiano e locale come chiesto in un appello della società civile europea. L’elenco dei firmatari è su Fuoriluogo.it. Sarebbe bello, quasi rivoluzionario, se quei 6 milioni di italiani che usano cannabis – i loro parenti e i loro amici – prendessero coscienza che la politica può influire sui propri comportamenti e stili di vita. Anche pesantemente come ben sa quel milione e mezzo di persone colpito dalle sole sanzioni amministrative. Come cittadini hanno un’arma formidabile con cui rispondere alla violenza della repressione e dello stigma. Il voto.

Foto: Governo.it

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