Mario Paciolla, professionista della pace

Mario Paciolla, professionista della pace
Mario Paciolla, 33enne di Napoli che lavorava come osservatore dell’Onu in Colombia, è stato trovato morto il 15 luglio 2020 del Caguán in circostanze misteriose, un suicidio che non convince. Valerio Cataldi, inviato del Tg3 Rai e autore delle videoinchieste Narcotica, ricorda l’incontro e la collaborazione con il cooperante italiano in Sudamerica.

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Mario parlava sottovoce, si muoveva sapendo esattamente dove mettere i piedi. Aveva scelto di vivere in un contesto di guerra, una di quelle guerre che fanno migliaia di morti ma che sembra non esistano per buona parte del mondo. Forse per questo sembrava avere grande rispetto per il pericolo e per la possibilità che tutto potesse precipitare all’improvviso, nell’arco di un istante.

La prima volta che l’ho incontrato ero con Fabrizio Silani, era il 2018. Venivamo dall’Ecuador, per la Rai avevamo seguito le orme di una troupe del giornale El Comercio che era stata sequestrata e poi uccisa sul confine con la Colombia. Eravamo entrati per primi nel villaggio di Mataje dove era avvenuto il sequestro, ma la storia ci portava in Colombia per capire dove fosse  il gruppo armato che aveva ucciso i colleghi di El Comercio, il “Frente Oliver Sinisterra”, un gruppo dissidente delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (Farc, ndr) che aveva rifiutato di consegnare le armi e di firmare i trattati di pace con il governo colombiano e che di fatto era diventato un cartello di narcotrafficanti puri che operava indisturbato intorno Tumaco, nel Dipartimento di Nariño. 

Mario quello scenario lo conosceva perfettamente. Conosceva tutti gli attori armati delle zone in cui la guerriglia è ancora attiva e continua a finanziarsi con la produzione ed il traffico di cocaina. Quali effetti ha il narcotraffico sulle persone, sulla loro vita? Mario me lo aveva detto sin dall’inizio: “Se vuoi parlare in modo utile di narcotraffico in Sudamerica, allora devi parlare delle persone, di ciò che vivono e subiscono”. Questa sua certezza era in sintonia perfetta con il progetto Narcotica, il programma per Rai Tre che stavo iniziando a costruire proprio in quei giorni 2018. Poco più di due anni fa. Mario aveva lavorato con Fabrizio nei giorni della visita del Papa in Colombia, ma aveva una conoscenza del territorio molto approfondita e ci stava iniziando a portare nei luoghi complicati dove stava lavorando.

Ci teneva molto a spiegare con grande attenzione che tutto ruotava attorno al processo di pace, agli accordi firmati a fine 2016 dal governo e dalle Farc. Le dinamiche seguite a quella firma e alla consegna delle armi erano il cuore della questione secondo Mario. Avevamo concordato che mi avrebbe aiutato a intervistare alcuni protagonisti di quegli accordi e che avrebbe cercato il modo di farmi entrare in una delle aree di transizione dove vivevano i guerriglieri che avevano deposto le armi e di cui il governo doveva facilitare il reintegro nella società. Era la prima cosa secondo Mario, ascoltare le ragioni e la frustrazione degli ex guerriglieri per l’inerzia del governo colombiano e, solo in un secondo momento, affrontare il punto quattro degli accordi di pace che riguarda il narcotraffico e la conversione delle coltivazioni.

Gli accordi di pace tra governo e Farc non hanno fermato le violenze che continuano a colpire i più vulnerabili, chi difende i diritti ambientali, leader indigeni e rappresentanti degli studenti

Proprio in quei giorni aveva programmato una missione piuttosto impegnativa. Le Peace Brigades International, la Ong con cui lavorava all’epoca doveva scortare un gruppo di difensori dei diritti umani, tra cui Enrique Chimonja Coy che viveva sotto protezione per le minacce ricevute. L’obiettivo era risalire il Rio Naya, uno dei corridoi del narcotraffico più importanti della Colombia che dalla Cordillera delle Ande sfocia nel Pacifico. La missione consisteva nel prendere contatto e avviare una trattativa con i gruppi armati per ottenere la liberazione di quattro leader sociali, sequestrati nei giorni precedenti.

Mario ci aveva portato Enrique Chimonja Coy che tutti chiamano Kike e aveva convinto la sua organizzazione di quanto fosse importante che nella loro missione di scorta per garantire la sicurezza di Kike, fosse presente la stampa internazionale. Avevamo parlato con le mogli di quei quattro uomini sequestrati ma ignorati dalle autorità colombiane e dal mondo intero. La frase che ricordo meglio di quelle donne era molto semplice. Tra le lacrime una di loro diceva che dovevano essere rispettati i loro diritti umani di persone afrodiscendenti.

Il quadro complessivo che ci hanno dipinto e che Mario ci ha aiutato a fotografare, è un quadro terribile di violenza e di assenza totale di regole e di istituzioni in grado di farle rispettare. Mario non voleva essere intervistato. Diceva che i protagonisti del nostro racconto erano Kike e gli sfollati del Rio Naya. La sua presenza nei nostri filmati, come quella degli altri volontari delle Pbi, eventualmente doveva servire solo a documentare che la missione aveva la necessità di una scorta di osservatori internazionali, per garantire un livello minimo di sicurezza. Ci siamo imbarcati all’alba dal dietro al porto di Buenaventura, da un molo improvvisato tra le baracche e le palafitte abitate dagli sfollati, in mezzo ad una moltitudine di bambini e militari armati. Mario era attento al contesto. Era riservato e rigorosamente lontano dall’obiettivo della telecamera. Ripeteva sempre che al centro dovevano esserci le persone e non chi era li per aiutare a ricomporre la pace in un processo difficilissimo e pericoloso.

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Sono riuscito a fargli poche foto. Una serie di scatti per prenderlo in giro mentre dormiva sul motoscafo che sfrecciava tra le mangrovie e un selfie che lo immortalava insieme a me e Fabrizio. C’è uno scatto che lo riprende ancora assonnato mentre sorride e saluta con una mano. È un po’ sfocato, preso al volo durante quel viaggio fatto a velocità sostenuta per ragioni di sicurezza (quella foto per vie a me sconosciute è finita sulle prime pagine di Repubblica e Corriere. Sono contento perché è una giusta causa, ma i grandi giornali dovrebbero imparare ad avere un minimo di rispetto del copyright).

Il livello di corruzione in Colombia è impressionante. Il Rio Naya porta verso il Pacifico migliaia di tonnellate di cocaina. La coca viene coltivata e raffinata nelle montagne, costituisce la sola possibilità di sopravvivenza per buona parte della popolazione che vende a prezzi irrisori la pasta di coca ai gruppi guerriglieri che la raffinano e la rivendono a cifre importanti. Dopo gli accordi di pace alcuni leader sociali hanno sostenuto la necessità di smettere di coltivare coca, di cambiare le coltivazioni. Tra questi i quattro che erano stati sequestrati e che la missione voleva tentare di liberare.

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Sul fiume, tra le mangrovie, si incontravano canoe di pescatori, si scorgevano sulle rive alcune capanne di comunità indigene, poi sono comparse delle motovedette dell’esercito armate di mitragliatrici calibro 50. Ci hanno seguito per capire chi fossimo fino al loro accampamento, proprio di fronte al villaggio dove siamo scesi. Al nostro arrivo ci hanno detto che i guerriglieri avevano appena diffuso un video in cui annunciavano l’esecuzione dei quattro leader sociali sequestrati. Un filmato di pochi minuti dove un uomo in divisa militare e con il volto coperto, circondato da uomini armati, annunciava che avevano giustiziato “i nemici del popolo e della rivoluzione”, parlavano così di quegli uomini che cercavano solo di rispettare gli accordi di pace che chiedevano la conversione delle piantagioni di coca in colture legali.

Mario ci ha fatto da guida e da interprete, con la passione di un attivista, un professionista della pace che cerca in tutti i modi di dare visibilità alla sofferenza di migliaia di persone

Siamo scesi in quel villaggio che si preparava a salutare i suoi morti, stretto tra la violenza della guerriglia e l’inerzia compiacente dei militari. Poi siamo tornati indietro per raccontare le storie degli sfollati del Rio Naya. Mario ci ha fatto da guida e da interprete, con la passione di un attivista, un professionista della pace che cerca in tutti i modi di dare visibilità alla sofferenza di migliaia di persone, le prime vittime del narcotraffico. Ci ha portato in posti dove giornalisti e telecamere non entrano mai. Ci ha fatto incontrare testimoni importanti della storia recente di quel Paese, persone che ci hanno accolto con un sorriso perché si fidavano di lui.

Coltivazione e raccolta di coca e marijuana danno da vivere a molte famiglie e la violenza predomina. Fino all’ultimo indios,

I soli luoghi dove Mario non è riuscito a portarci sono quelli gestiti dalle Nazioni unite. Non abbiamo avuto il permesso di entrare proprio nei luoghi sotto il controllo Un, “per ragioni di sicurezza” ci è stato detto. Un paradosso che proprio le zone sicure e smilitarizzate, sotto il controllo dell’Un, fossero considerate tanto pericolose da essere inaccessibili per noi. Siamo entrati nei campi di coca, siamo saliti sui black hawk dell’esercito per seguire le operazioni di eradicazione della coca, siamo entrati nei laboratori controllati dalla guerriglia, abbiamo risalito il Rio Naya, luoghi dove la violenza può esplodere in ogni momento. Ma quelle aree rurali, chieste dalle Farc per avviare i colloqui di pace, che avrebbero dovuto garantire la sicurezza prima di tutto dei guerriglieri che deponevano le armi, ci sono state precluse.

Ho pensato all’assurdità della burocrazia, all’eccesso di cautela. Poi, quando la giornalista Claudia Duque ha svelato i retroscena dell’omicidio di Mario (leggi l’articolo sul sito di Libera), tutto è diventato più comprensibile. 

L’ultima volta che ci siamo sentiti era fine 2019. Gli chiedevo aiuto per la seconda serie di Narcotica. Mi ha detto che aveva firmato il contratto con le Nazioni unite e che non avrebbe potuto far molto. Mi ha passato dei numeri di colleghi giornalisti che mi potevano aiutare e mi ha dato di nuovo i contatti ufficiali per chiedere un’autorizzazione a entrare con la telecamera nei territori smilitarizzati di San Vicente del Caguan, dove lui si era trasferito e dove vivono i guerriglieri delle Farc che hanno firmato i trattati e hanno deposto le armi. Ho inviato la richiesta alla portavoce delle Un ma l’autorizzazione non è mai arrivata.

Di Mario mi resta la sua voce nelle decine di messaggi vocali che mi ha mandato per farmi capire tutti i dettagli di quel Paese e della sua storia di guerra dimenticata e la sua ostinata determinazione a lavorare per la pace. L’ultimo vocale diceva: “Tu comunque scrivimi, una chiacchiera si può sempre fare”.

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