L’altra Lampedusa

L’altra Lampedusa
A Lampedusa la cosiddetta emergenza immigrazione somiglia all’occhio di bue di un teatro. Illumina a giorno una porzione di palcoscenico ma fa precipitare nell’invisibilità tutto il resto. Oltre quel buio indotto, però, c’è un’altra isola, che fatica a guadagnare le prime pagine dei giornali. Un’isola che ha molto da raccontare e altrettanto da chiedere.

L’emergenza immigrazione come un set

È la notte tra il 29 e il 30 agosto, nel centro di Lampedusa si consuma la routine del gelato o del drink. Pochi metri più là, invece, stipate dentro un barcone scrostato e precario, 367 persone fanno il loro ingresso nel molo commerciale. I volti, tirati e spauriti, sono illuminati dalla luce dei fari della Guardia costiera. Ci sono uomini, donne e tre bambini piccolissimi. Vengono dalla Libia, hanno affrontato almeno due giorni di viaggio in mare, e molti di loro portano la firma dei lager, come rilevato da Medici senza frontiere.

“Da anni non si vedeva una cosa del genere”, sussurra Claudia Vitali, rappresentante a Lampedusa di Mediterranean hope, progetto della Federazione Chiese evangeliche in Italia che monitora gli sbarchi. Di arrivi ne ha visti decine, ma questo è diverso.

L’emergenza migranti a Lampedusa è un faro artificiale che alimenta meteore mediatiche e carriere personali, ma che bisognerebbe riuscire a spegnere per guardare l’isola con la luce naturale

Quando la nave tocca la banchina, poco prima di mezzanotte, ad attenderla ci sono solo forze dell’ordine, soccorritori e volontari. Ma dopo qualche minuto cominciano a formarsi capannelli di curiosi e contestatori. Arrivano anche i giornalisti e il molo si divide in due. Dentro i naufraghi sono seduti a terra, con le mascherine alzate sul viso, in attesa di una prima visita, per poi salire sui furgoni che li porteranno verso l’hotspot. Fuori due esponenti locali della Lega monopolizzano le telecamere: urlano slogan, espongono striscioni, si sdraiano a terra, minacciando di non lasciare uscire nessuno (e ci riusciranno fino alle quattro di mattina). Dentro un ragazzo domanda a bassa voce e in inglese “Come si chiama questo posto?”. Fuori qualcuno grida “Lampedusa dice basta”. Dentro c’è penombra e i volontari che distribuiscono l’acqua rischiano di inciampare sulle mani e sui piedi dei migranti. Fuori c’è una luce da studio televisivo. Eccola l’emergenza migranti di Lampedusa: un faro artificiale che alimenta meteore mediatiche e carriere personali, ma che bisognerebbe riuscire a spegnere per guardare l’isola con la luce naturale. Così è possibile vedere i problemi che fanno arrabbiare i lampedusani.

Regionali 2020, Salvini e la campagna Fb anti-migranti

“Lampedusa è l’isola delle contraddizioni. Puoi dire tutto e il contrario di tutto”. Nino Taranto, responsabile dell’Archivio storico di Lampedusa, scandisce la sua sentenza mentre estrae dai cassetti della scrivania un plico di articoli di giornale plastificati. Titoli con termini da apocalisse: collasso, emergenza, fuga di turisti. Sono pezzi datati ma sembrano di oggi. “L’isola è descritta come allo stremo, ma non è così. L’hotspot è al collasso, non Lampedusa. In realtà, l’immigrazione non interferisce con il turismo, perché a Lampedusa i migranti sono di passaggio, non c’è integrazione”. C’è un’isola reale, quindi, e ce n’è una mediatica. Ed è la narrazione, più che la realtà, a creare danni. “A Lampedusa c’è paura di perdere il turismo”, prosegue Nino, “per colpa dell’immigrazione, di come la raccontano i giornali, ci sono state disdette anche quest’anno”.

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