La natura ci insegna la vita

La natura ci insegna la vita
La natura ci offre un’impareggiabile lezione su come costruire una convivenza dinamica e pacifica nel segno del bene comune. La vita è capace di rinnovarsi e rigenerarsi, trasformando anche i conflitti in tensioni verso un’armonia superiore. Lo spiega con grande profondità il filosofo e sociologo francese Edgar Morin nel libro La fraternità perché?, da poco tradotto per edizioni Ave. Morin usa il concetto di ecosistema per spiegare come, nella grande rete della vita, l’armonia deriva dal concorso di forze diverse, la biodiversità, appunto. L’armonia è però retta da un equilibrio precario, instabile, in continua e necessaria evoluzione. È questa dinamica di cooperazione la forza autentica della vita, ragion per cui è riduttivo affermare – come fa il darwinismo – che la natura è retta da un principio di “selezione”: sopravvive il più forte, il più adatto, il più capace di fronteggiare i mutamenti. La vita stessa dimostra il contrario: la relazione e l’associazione sono dinamiche fondamentali, le forze più potenti.

Cambiare il corso dell’evoluzione, l’editoriale di Elena Ciccarello dal quarto numero

Ma qui veniamo al punto cruciale e dolente, poiché se è vero che la natura ci insegna la vita è anche vero che l’essere umano non sembra più in grado di ascoltarla e farne tesoro. L’uomo si è messo in cattedra e tratta la natura come una proprietà, materia inerte da manipolare e da sfruttare, come se lui non ne facesse parte. Azione distruttiva e infine suicida dettata da un delirio di onnipotenza di cui oggi si vedono le conseguenze: devastazione ambientale e violazione di quei principi di giustizia sociale attraverso cui il consorzio umano ha cercato, come la natura, di tutelare e promuovere la vita. Leggendo queste pagine ho avvertito forti consonanze con quanto ha scritto Papa Francesco nella Laudato si’.

Quando Morin parla della triade “scienza-tecnica-economia” come di una forza che, se non governata da pensieri e azioni all’altezza, diventa distruttiva e autodistruttiva facendoci precipitare dal rango di “homo sapiens” a quello di “homo demens”, mi sembra denunci lo stesso pericolo individuato dal Papa nel “paradigma tecnocratico”, modo di pensare e agire che detta legge in Occidente: approccio schematico che riduce l’ambiente a “cosa” e le persone a numeri, volgendo dunque la qualità – cioè la peculiare essenza di ogni forma di vita – in quantità, in puro dato statistico. Paradigma che persegue la logica del profitto e della cosiddetta “crescita”, senza però preoccuparsi che l’accumulo indiscriminato di capitali avvenga a beneficio di tutti. Insomma un darwinismo “sociale” che considera la vita stessa come un bene esclusivo – non un diritto ma un privilegio – trincerandosi dietro inesistenti “leggi di natura” per giustificare la sua spietata, disumana e infine innaturale selezione. Come ricostruire legami di fraternità a fronte di tale devastazione sociale, ambientale, culturale? Non bastano i pur necessari correttivi economici, non bastano i trattati dove ci s’impegna – più che altro a parole – a ridurre le emissioni di carbonio. Occorre un cambiamento radicale del nostro modo d’essere, ossia del nostro modo di relazionarci agli altri e all’ambiente.

Cosa è il movimento ambientalista radicale chiamato “Extinction rebellion”?

Il Papa parla a proposito di “conversione ecologica”, si potrebbe parlare anche di “giustizia ambientale”. È una questione cruciale, perché in un mondo in cui le logiche del profitto si sono impadronite dei beni essenziali, il concetto tradizionale di giustizia va ripensato. Le leggi sono fondamentali, ma restano astrazioni se non affondano le radici nella vita e nelle coscienze delle persone, se non vengono alimentate dai loro comportamenti, se non si sposano a un’etica.

Emblematica a riguardo è la riflessione sui diritti della natura, ossia sulla necessità, sollecitata non solo da giuristi illuminati ma da movimenti e realtà impegnate nella difesa della Terra, di fare della natura un soggetto giuridico, una realtà che, al pari delle persone, ha una sua intrinseca e inviolabile dignità. In Ecuador e in Bolivia – Paesi non a caso sfruttati e depredati dalle multinazionali occidentali – questa utopia è già realtà e dal decennio scorso i diritti della natura sono riconosciuti nelle loro Costituzioni.

Il sociologo portoghese De Sousa Santos: “La pandemia ci insegna che lo Stato deve essere reinventato”

La partita, oltre che politica, è culturale e prima ancora educativa. Il riconoscimento della Terra come madre e casa comune deve cominciare dall’infanzia, con percorsi veri, articolati, capaci di trasformare l’istintiva attrazione per la natura che proviamo da bambini in conoscenza e responsabilità. Altrimenti c’è il rischio, crescendo, di “addomesticarci”, perdere sempre più il sentimento di questo legame. “A una certa età tutti voi, uomini, cambiate. Non rimane più niente di quello che eravate da piccoli. Diventate irriconoscibili”, scrive ne Il segreto del bosco vecchio il mio conterraneo bellunese Dino Buzzati, grande scrittore e grande amante della natura e delle montagne. Ben vengano allora norme e trattati che parlino a nome della natura, ma, prima che tutelata, la natura chiede di essere amata.

Da lavialibera n°4 luglio/agosto 2020

Crediamo in un giornalismo di servizio ai cittadini, in notizie che non scadono il giorno dopo. Aiutaci a offrire un’informazione di qualità, sostieni lavialibera

veronulla

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com