Guida ai beni confiscati alle mafie

Guida ai beni confiscati alle mafie
I beni confiscati sono palestre di vita, ha detto Papa Francesco ai componenti della Commissione antimafia nel 2017. In Italia la prima norma che ha previsto la confisca dei beni come strumento fondamentale contro il potere mafioso è stata la Rognoni-La Torre. Un ulteriore passo in avanti è stato compiuto nel 1996 (legge 109/96), quando — grazie all’impegno di Libera iniziato nel 1995 — venne approvata una legge che ha introdotto il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie. Possiamo considerarli beni comuni: spazi non solo fisici attraverso cui la comunità sperimenta i valori dell’inclusione e della giustizia sociale, creando nuove opportunità lavorative e di sviluppo economico.

Cosa sono i beni confiscati?

I beni confiscati sono uno degli strumenti più efficaci per colpire le mafie, attaccandole nei loro patrimoni e nelle relazioni di forza con le quali ingabbiano i contesti territoriali. Riprendendo la definizione contenuta nel nostro Codice di procedura penale, all’articolo 416 bis, sono tutte “le cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e (delle cose) che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l’impiego”. Esistono tre diverse categorie di beni confiscati, ognuna delle quali ha delle peculiarità normative e di reimpiego:

i beni mobili (conti corrente, titoli azionari, natanti e beni registrati, opere d’arte e molto altro);
beni immobili (terreni, appartamenti, ville, locali commerciali, solo per fare qualche esempio pratico)
e le aziende (nel loro complesso di proprietà immobiliari e quote societarie), che coprono i più vasti ambiti dell’impresa produttiva, dalle semplici attività commerciali fino agli impianti di produzione edilizia o di energia fotovoltaica.

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