Covid e salute mentale, la cura degli psichedelici

Tempo di lettura: 2 minutiMarco Perduca

Il Covid-19 si è portato dietro di sé malattie fisiche per molti e traumi per tutti: traumi socio-economici ma anche psichici. Nel 2003 l’epidemia della SARS aveva portato a impressionanti aumenti della depressione e del disturbo post traumatico da stress (DPTS), specie tra le donne.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dalle cui labbra incerte abbiamo penzolato per mesi, oltre 264 milioni di persone soffrono di depressione che, quando dura a lungo e con intensità moderata o grave, può diventare una grave condizione di salute con impatti molto negativi su lavoro, scuola e famiglia. Nel peggiore dei casi, la depressione può portare al suicidio. L’OMS stima ce ne siano circa 800.000 all’anno, denunciando che si tratta della seconda causa di morte tra i 15-29enni.

A fine luglio, eurodeputati e associazioni hanno chiesto una strategia europea per la salute mentale e il Parlamento europeo ha adottato, prima della chiusura estiva, una risoluzione che evidenzia il “ruolo fondamentale della ricerca sanitaria” chiedendo anche un piano d’azione dell’UE al riguardo.

Sebbene esistano trattamenti efficaci per i disturbi mentali, tra il 76% e l’85% di chi vive in paesi a basso e medio reddito non vi ha accesso: mancano risorse, operatori sanitari qualificati e lo stigma associato ai disturbi mentali aggrava la situazione. Si tratta di paesi dove l’impatto della pandemia non è facilmente documentabile, ma è ragionevole ipotizzare che la crisi economica arriverà là dove il virus ancora non si è insinuato.

Per prepararsi a questo tipo di problemi che prima o poi emergeranno, occorre iniziare a rendere il problema visibile e, come per molti altri aspetti collegati alla crisi sanitaria, essere pronti a ricorrere a ricerche innovative o a far tesoro di esperienze che altrove stanno dando risultati incoraggianti per quanto riguarda le terapie possibili per la salute mentale.

Negli USA, Regno Unito e Israele sono in fase finale sperimentazioni cliniche che includono MDMA e psilocibina (il principio attivo dei funghi normalmente chiamati “allucinogeni”) nella cura dello stress post-traumatico. I 20 anni di studi con la psilocibina e i 10 anni con l’MDMA, portati avanti in particolare dall’associazione MAPS, mostrano che queste sostanze superano in efficacia i farmaci attualmente approvati contro depressione e DPTS. Nel 2021, la Food and Drug Administration americana dovrebbe riconoscere l’MDMA come farmaco per varie psicoterapie.

Un recente studio clinico di MAPS su veterani, vigili del fuoco e agenti di polizia USA con DPTS avrebbe dimostrato che dopo solo due dosi di MDMA i sintomi del disturbo si riducono significativamente con effetti che durano anche oltre l’anno. Altri studi di quest’anno, come uno pubblicato ad aprile sul Journal of Psychopharmacology, segnalano come una singola dose di psilocibina può migliorare significativamente i sintomi della depressione; e il beneficio dura più anni.

Tanto all’Imperial College di Londra quanto alla Johns Hopkins University, dove esistono gli unici due centri studi al mondo interamente dedicati alla ricerca sugli psichedelici, la ricerca continua a dimostrare che l’impiego di queste sostanze all’interno di piani psico-terapeutici funziona, anche nel breve periodo. Lo shock pandemico che ha scosso le nostre quotidianità dovrebbe anche smuovere gli intelletti e favorire la promozione di queste terapie stupefacenti facendole arrivare anche in Italia.

Abbiamo bisogno di rimanere “sani di mente”, anche perché non è escluso che in autunno ci possano esser sorprese spiacevoli. Le evidenze internazionali per disegnare terapie ci sono,  occorrono decisioni politiche e scientifiche prima di ritrovarci nel mezzo di un’altra crisi.

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