Buone notizie sull’economia circolare

Buone notizie sull’economia circolare
Partiamo dalle buone notizie. L’Italia ha finalmente recepito, nello scorso mese di agosto, il pacchetto di direttive europee sull’economia circolare, cioè quel modello di produzione e consumo basato su condivisione, riutilizzo, riparazione e riciclo di materiali e prodotti, allungandone la vita e diminuendo i rifiuti.

Nei prossimi quindici anni dovremo rivoluzionare il modo di gestire i rifiuti che produciamo ogni giorno nelle nostre case, secondo un cronoprogramma preciso e stringente: il riciclo dei rifiuti urbani dovrà arrivare al 55% entro il 2025, al 60% nel 2030 e al 65% nel 2035. Contemporaneamente lo smaltimento in discarica non dovrà superare il tetto del 10%. Questo significa, risalendo la filiera, che la raccolta differenziata dovrà raggiungere una media nazionale del 76% (nel 2018 è stata di poco superiore al 58%). Oltre 30 milioni di scarti post consumo, come dovremmo cominciare a definire i rifiuti, dovranno diventare in larga parte materiali di base della nuova economia e dovranno avere i necessari sbocchi sul mercato.

Seconda buona notizia: il sistema industriale italiano che è alla base dell’economia circolare ha performance migliori, in termini di uso efficiente delle risorse, di qualsiasi altro grande paese europeo. Siamo più avanti, in questa classifica curata dal Circular economy network, di Germania, Francia e Spagna, come certifica il Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia 2020, di recente pubblicazione.

La fine dei rifiuti

Terza buona notizia: dopo anni di attesa, il ministero dell’Ambiente sta finalmente approvando quei decreti “End of waste”, che sono indispensabili per tracciare un confine tra ciò che non è più rifiuto e diventa un nuovo materiale, dando così certezze a chi li produce e li utilizza, magari per realizzare nuovi prodotti. Come quello sul riciclo dei prodotti assorbenti, a cominciare dai pannolini, che ha sbloccato l’operatività del primo impianto del genere realizzato al mondo: quello della Fater, in provincia di Treviso, gestito dalla società di servizi ambientali Contarina, un’impresa pubblica che è un’eccellenza nei sistemi di raccolta differenziata porta a porta. Da uno scarto destinato a finire in discarica si ricavano plastica e cellulosa, perfettamente riciclabili. Di impianti come questi, per intercettare la produzione di pannolini e simili nel nostro paese (circa 900.000 tonnellate l’anno), ne servirebbero 90, con importanti benefici ambientali e la creazione di nuovi posti di lavoro.

Quanto inquinano le microplastiche

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A luglio è arrivata la pubblicazione, in Gazzetta ufficiale, del decreto “End Of Waste” per la gomma riciclata che proviene dagli pneumatici fuori uso (circa 400.000 tonnellate prodotte ogni anno). Anche in questo caso una lunga attesa per un sistema industriale che può già contare su cento imprese attive lungo la filiera (dalla raccolta alla produzione di granulato e polverino), finanziato grazie al contributo ambientale che ciascuno di noi versa quando acquista pneumatici nuovi. Le applicazioni possibili vanno dai nuovi asfalti gommati (più durevoli e meno inquinanti, anche dal punto di vista del rumore), ai pannelli fonoassorbenti, passando per tutte le superfici destinata a campi di basket o ai parchi giochi (come fa la società senza scopi di lucro Ecopneus). Ultimo decreto, per ora, quello relativo al riutilizzo, come materie prime seconde e non più rifiuti, di carta e cartone. Qui i numeri diventano impressionanti: 6,65 milioni di tonnellate l’anno, tra raccolta differenziata e scarti di lavorazioni industriali.

Insieme alle norme e ai numeri, si moltiplicano anche le storie di un’economia circolare che coinvolge territori, comunità, imprese, cooperative sociali. Storie come quelle promosse da Legambiente attraverso il progetto Ecco, acronimo di “Economia circolari di comunità”, finanziato dal ministero del Lavoro e che prevede la creazione in tutta Italia, da Palermo a Milano, di Ri-Hub: spazi, quasi sempre pubblici, recuperati e rigenerati per ospitare attività che vanno dal riuso alla lotta contro lo spreco alimentare, con una forte attenzione all’inserimento lavorativo di persone fragili. O quelle mappate attraverso l’Atlante italiano dell’economia circolare, curato dal Centro di documentazione conflitti ambientali (Cdca), con la collaborazione della Fondazione Ecosistemi, il consorzio Ecodom (ora confluito in Erion, il più importante sistema di raccolta e riciclo di rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche del nostro Paese) e il Consorzio Poliedra del Politecnico di Milano.

Gli ingredienti per affrontare e vincere questa sfida epocale, insomma, ci sarebbero tutti. A condizione che l’Italia acceleri con decisione, superando le troppe diseguaglianze che ancora esistono nel nostro Paese tra le diverse aree regionali, sia per quanto riguarda la raccolta differenziata (ferma al Sud al 46,1%), che per la dotazione di impianti: Roma, per fare soltanto un esempio, tratta in casa solo il 6% dei rifiuti organici che raccoglie, affidando il riciclaggio (con la produzione di prezioso biometano e compost) a impianti del Veneto.

Le sfide del Recovery plan

Accelerare è anche la parola d’ordine del documento sul Recovery plan presentato il 29 settembre dal Forum Diseguaglianze e Diversità e Legambiente. Tra le “scelte green indispensabili per un piano capace di futuro” ci sono quelle che potrebbero consentire all’economia circolare del nostro Paese di superare, rapidamente, le criticità che ancora ne rendono faticoso lo sviluppo. Cinque le “missioni strategiche” che vale la pena riportate testualmente:

applicare i criteri del green public procurement a tutte le procedure di acquisto di beni e servizi, lavori pubblici;
finanziare con le risorse europee l’aggiornamento e la formazione della pubblica amministrazione, per migliorare la qualità della domanda pubblica;
estendere la digitalizzazione dei processi di gara e l’adeguamento dei capitolati d’appalto;
rafforzare i sistemi di controllo e monitoraggio degli interventi;
accelerare la realizzazione di impianti per la chiusura del ciclo dei rifiuti, a partire da quelli per la valorizzazione delle frazioni organiche e la produzione di biometano e di quelli per tutte le filiere di rifiuti oggi inviati all’estero (come apparecchiature elettriche ed elettroniche, da cui recuperare materiali preziosi).

Sono due, invece, le riforme che Legambiente e Forum ritengono indispensabili:

semplificare la normativa “End of waste” per la cessazione della qualifica di rifiuto, in modo da garantire processi trasparenti e con tempi certi di recupero e riciclo delle diverse tipologie di materie;
rivedere la fiscalità per spingere l’economia circolare, adeguando la tassazione sul prelievo di materiali di cava e di acque minerali, sul conferimento a discarica e riducendo l’Iva sui prodotti provenienti dal recupero e riciclo.

L’impatto economico, sociale e ambientale di questa “ri-evoluzione circolare” è stato stimato dalla Commissione europea in 600 miliardi di euro di investimenti, almeno 500.000 nuovi posti di lavoro e un taglio tra il 2 e il 4% delle emissioni di anidride carbonica. Risultati a cui il nostro Paese potrebbe dare, se il governo prestasse ascolto alle proposte che arrivano dalla società civile e dalle imprese del settore, un contributo decisivo.

Il rischio, come peraltro sta già accadendo, è che la spinta verso un’economia circolare e civile venga frustrata e agli entusiasmi si sostituisca la rassegnazione, limitandosi a coltivare “nicchie”, più o meno importanti, senza incidere, però, in maniera profonda sul sistema e sulla sua direzione di marcia. Anche perché la pandemia Covid-19, con i sui devastanti impatti, oltre che sanitari, economici e sociali potrebbe indurre a tornare indietro, in nome dell’emergenza. Basta guardare alla nuova esplosione dell’usa e getta, soprattutto di plastica, adottato spesso senza nessuna seria valutazione delle alternative possibili a parità di garanzie di sicurezza, dalle mascherine alle mense scolastiche.

Mascherine e guanti: i rifiuti del Covid-19 finiscono in strada

Ridurre la nostra impronta sul pianeta

Il 22 agosto abbiamo finito di consumare tutte le risorse che il Pianeta è in grado di rigenerare. Rispetto al 2019, abbiamo guadagnato un mese. Quest’anno abbiamo ridotto la nostra impronta ecologica

Non è affatto scontato, insomma, che l’uscita da questa crisi epocale faccia entrare il nostro Paese in una nuova stagione all’insegna della sostenibilità, facendo tesoro di quanto è accaduto, compresi gli effetti ambientalmente positivi, ma con costi sociali insostenibili, della pandemia. Il Global footprint network, che misura la nostra impronta ecologica, ha dichiarato quest’anno il 22 agosto come Earth overshoot day, ovvero il giorno in cui abbiamo finito di consumare tutte le risorse che il Pianeta è in grado di rigenerare.

Rispetto al 2019, per la prima volta da quando questo parametro viene misurato, abbiamo guadagnato circa un mese: lo scorso anno, infatti, la lancetta dell’eccessivo consumo di materie prime rinnovabili era scattata il 29 luglio. La nostra impronta ecologica si è ridotta, tra gennaio e agosto di quest’anno, del 9,3%, a beneficio delle future generazioni. Lo stesso risultato è stato “raggiunto” per i consumi energetici e le emissioni di anidride carbonica. La stima, questa volta, è dell’Agenzia internazionale dell’Energia: nel 2020 la domanda si ridurrà del 6%, colpendo in particolare le fonti fossili, carbone in testa, mentre le emissioni di CO2 crolleranno dell’8%.

Non è ovviamente pensabile che i problemi ambientali possano risolversi a colpi di pandemie e crisi così drammatiche (il coronavirus ha avuto, dal punto di vista della domanda di energia, un impatto sette volte superiore a quello del tracollo finanziario del 2008/09) ma neppure possiamo immaginare un “rimbalzo del Pil”, come si auspica, fondato su un’economia distruttiva delle risorse ambientali e che moltiplica le disuguaglianze. 

Le risorse pubbliche, a cominciare dai 209 miliardi di euro che l’Unione europea destinerà al nostro Paese, come gli investimenti delle imprese devono servire, insieme a un nuovo sistema di regole, a cambiare direzione nel nostro modo di produrre e consumare (se ne discuterà, il prossimo 21 e 22 ottobre, all’Ecoforum nazionale organizzato da Legambiente a Roma). Tenendo sempre alta la guardia sul versante della legalità e della lotta alle mafie, che l’emergenza coronavirus hanno già saputo coglierla come un’opportunità da sfruttare il più rapidamente possibile.

Rifiuti in fiamme: il patto tra imprenditori, amministratori e mafie

Vale per quanto denunciato, in particolare da Libera, sul versante dell’usura e, per restare in tema di economia circolare, nella gestione criminale del ciclo dei rifiuti, come racconta ogni anno Legambiente nel suo Rapporto Ecomafia. Non è una novità: dal febbraio 2002, anno della prima applicazione in Italia del delitto di attività organizzata di traffico illecito di rifiuti, al 31 maggio 2019 sono state ben 459 le inchieste condotte e chiuse dalle forze dell’ordine, con 9.027 persone denunciate, 2.023 finite agli arresti, 1.195 aziende coinvolte, 46 Stati esteri interessati dai traffici, sia come punto di partenza che di arrivo, ben 54 milioni di tonnellate di rifiuti finite sotto sequestro. Un business caratterizzato sempre di più da operazioni di “finto riciclo” di rifiuti post raccolta differenziata, scarti tessili, rottami ferrosi, fino ai pannelli fotovoltaici a fine vita, come dimostrano le ultime inchieste della magistratura, dal Friuli alla Puglia.

Fare presto e farlo bene. Può sembrare una ricetta semplice ma per l’economia circolare del nostro Paese è, oggi più che mai, una scelta obbligata.

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