Le mani delle mafie sui porti d’Italia

Le mani delle mafie sui porti d’Italia
Dal 2005 al 2017 un porto italiano su sette è stato oggetto degli interessi della criminalità organizzata, quasi uno su due se si prendono in considerazione i porti di rilevanza nazionale. Un fenomeno che ha investito tutto il Paese, da Nord a Sud. Alcuni scali sembrano essere particolarmente esposti e la ‘ndrangheta riveste un ruolo da protagonista.

Nel 2018, il 78% dei sequestri di cocaina, il 60% di eroina e il 99% di hashish sono avvenuti sul confine marittimo. La ‘ndrangheta ha un ruolo cruciale nel business

I porti sono uno spazio dove la criminalità organizzata può trovare occasione di sviluppo in diversi ambiti. La Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dnaa) da tempo segnala la presenza negli scali italiani ed europei di gruppi criminali che svolgono attività sia nell’economia legale, sia nei mercati illeciti, in particolare nel traffico di stupefacenti. In questa partita giocano un ruolo rilevante le mafie, ma non sono gli unici attori coinvolti, dato che, soprattutto per i traffici illegali, spesso è necessario il contributo di più soggetti: chi produce, chi imbarca, chi si occupa del trasferimento, chi recupera il carico, chi lo fa uscire dall’area portuale e chi si occupa della distribuzione. I porti, dunque, rappresentano un’opportunità unica per i gruppi criminali di ottenere profitti e rafforzare i legami di collusione sia a livello locale, sia a livello internazionale.

I porti rappresentano un’opportunità unica per i gruppi criminali di ottenere profitti e rafforzare i legami di collusione a livello locale e internazionale.

Ogni anno il 24 per cento dei grandi porti è nel mirino della criminalità

Per approfondire il caso italiano, può essere utile provare a ricostruire una mappa analitica della presenza e delle attività dei gruppi di criminalità organizzata all’interno del sistema portuale attraverso lo studio delle relazioni della Dnaa. In questo caso, abbiamo preso in esame le 12 relazioni pubblicate tra il giugno 2005 e il giugno 2017. Naturalmente questa fonte di dati presenta alcuni limiti. Innanzitutto, si tratta di documenti che rappresentano il punto di vista e la narrazione istituzionale di un ente che si occupa della dimensione repressiva del fenomeno. Inoltre, all’interno dei report non vi sono né una sezione metodologica che permetta di capire come sono stati raccolti i dati, né un focus specifico sulla dimensione portuale. Nonostante questo, si tratta comunque di una fonte attendibile, aggiornata e frutto di un lavoro di analisi dettagliato.

L’analisi è stata condotta selezionando tutti i riferimenti ad alcune parole-chiave come “porto/i” e “sistema/i portuale/i” e catalogandoli secondo variabili che indicano un qualche tipo di manifestazione criminale all’interno degli scali, rimuovendo poi eventuali riferimenti multipli. Si tratta di operazioni di polizia, sequestri o piste investigative su cui le forze dell’ordine si stanno orientando. Questa modalità di ricerca ha consentito di analizzare in modo diacronico in quali porti operano i gruppi criminali, come collaborano, e che tipo di attività legali e illegali conducono.

Secondo quanto emerge dalla ricerca, sui 351 porti presenti in Italia, ben 50 (circa il 14% del totale) sono stati oggetto di una qualche proiezione di gruppi criminali [vedi tabella]. Non si tratta solo di porti minori, anzi: alcuni sono identificati come di “rilievo nazionale” per la loro importanza amministrativa e altri come di “rilevanza nazionale” per la loro centralità economica. Proprio i dati relativi a quest’ultimo tipo di scalo sembrano assumere un particolare significato, poiché nel periodo tra il 2010 e il 2017 in circa il 43% dei porti di rilevanza nazionale si è manifestato l’interesse di gruppi di criminalità organizzata (25 sui 58 catalogati dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti). Si tratta, dunque, di un interesse diffuso e marcato, soprattutto nei porti strategici per l’economia del paese. 

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Queste manifestazioni si presentano con una certa costanza nel corso del tempo, come si può vedere dalla Figura 1, in cui è indicato il numero di porti menzionati annualmente, che oscilla tra 15 e 21. È dunque possibile affermare che ogni anno circa il 4% dei porti italiani è oggetto di qualche interesse criminale. Un dato che diventa ancor più preoccupante se guardiamo ai soli porti di rilevanza nazionale, poiché la percentuale sale al 24%.

I porti più sfruttati dalle mafie

La frequenza dei riferimenti a ciascun porto nel corso del tempo mostra come alcuni scali sembrano essere stati costantemente sfruttati dalle organizzazioni criminali: Ancona, Cagliari, Genova e Gioia Tauro sono presenti in tutte le relazioni analizzate. Anche i porti di Salerno e Taranto compaiono quasi sempre (in 11 relazioni), così come Livorno, Napoli, Olbia e Trieste, presenti in 10 report. La mappa che ne deriva conferma che le proiezioni della criminalità organizzata all’interno dei porti sono diffuse in tutto il territorio nazionale, da Nord a Sud del Paese, nelle coste tirreniche e adriatiche, a prescindere dalla regione in cui il porto è insediato.

Ancona, Cagliari, Genova e Gioia Tauro sono i porti più sfruttati dalle organizzazioni criminali

La tabella indica che 16 porti di rilevanza nazionale sono presenti in più di 7 relazioni. Questo mette in evidenza che circa il 32% dei principali porti italiani è stato esposto agli interessi dei gruppi di criminalità organizzata in modo costante nel corso del tempo. La centralità nelle rotte commerciali, così come la permeabilità del tessuto socioeconomico hanno reso alcuni scali più attrattivi di altri.

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Se si guarda a quanto avvenuto negli ultimi quattro anni, però, si possono riscontrare alcune variazioni. Infatti, mentre la parte alta della classifica resta invariata, alcuni porti non vengono più menzionati, mentre, come Vado Ligure e Savona, mai citati fino a quel momento, iniziano a comparire con una certa costanza. Questo può far ipotizzare un processo di diversificazione ed espansione delle attività della criminalità organizzata anche in differenti scali. Una tendenza che può avvenire per diversi motivi, sicuramente legati al funzionamento stesso del porto: la dimensione economica, il contesto politico e istituzionale, le opportunità criminali create dagli attori operanti all’interno dell’area. Non è solo l’elemento geografico a fare la differenza, ma il contesto portuale.

Il ruolo egemone della ‘ndrangheta 

Se guardiamo ai gruppi criminali coinvolti, la Dnaa ne identifica 15, talvolta anche attivi contemporaneamente o federati in cartelli. Tra questi, la ‘ndrangheta è l’unica mafia presente in tutti i report, seguita dalla criminalità organizzata di origine cinese (presente in 11) e dalla camorra (presente in 10). Questo dato conferma che alcune organizzazioni possiedono peculiari capacità e competenze che consentono loro di persistere nel tempo in ambito portuale, mentre la comparsa di altre è talvolta dovuta a singoli episodi.

La ‘ndrangheta è l’unica mafia presente in tutti i report, seguita dalla criminalità organizzata di origine cinese (presente in 11) e dalla camorra (presente in 10)

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Allo stesso tempo, non tutte le organizzazioni sono coinvolte in tutti i tipi di affari legali e illegali che avvengono in ambito portuale. Secondo i risultati, sembrerebbe che la maggior parte delle attività illecite che coinvolgono la criminalità organizzata negli scali siano legate ai traffici: stupefacenti, rifiuti e contrabbando di sigarette compaiono in tutte le relazioni analizzate. Anche il traffico di prodotti contraffatti e di esseri umani ricorrono spesso nel tempo, mentre altre attività sembrano essere più sporadiche (Figura 4). Pertanto, la dimensione commerciale, così come la possibilità di avere reti e collegamenti con i luoghi di produzione o di destinazione della merce, sono elementi che possono favorire l’interesse criminale in uno scalo.

Sebbene in misura molto meno marcata – sono solo 32 i riferimenti in tutte le relazioni – la Dnaa evidenzia anche gli interessi della criminalità nell’economia portuale legale. Anche se probabilmente sottostimati, questi ci consentono di individuare i settori maggiormente esposti, che riguardano principalmente due macro-aree: la prima, più tradizionale, legata alle costruzioni e alla movimentazione terra, la seconda, più specifica del contesto portuale, legata alle attività di servizi connessi al trasporto marittimo e alla movimentazione delle merci. Per la criminalità organizzata il porto sembra essere uno spazio sia dove riprodurre attività già sperimentate in altri contesti e sia dove ampliare il proprio perimetro di interessi.

Nell’ultima relazione la Dnaa sottolinea come l’interesse delle mafie nel contrabbando di petrolio “è in crescita”

Lo studio dei porti conferma che alcune organizzazioni criminali hanno maggiori capacità di diversificare le proprie proiezioni sul territorio italiano, trovando spazi per portare avanti i propri affari. Tra queste spicca la ‘ndrangheta, che è stata in grado di operare sia nei piccoli porti della Calabria – oltre che nel più importante scalo regionale, Gioia Tauro – sia proiettarsi in a Napoli, Livorno, Venezia, Trieste, nonché in tutti i principali porti commerciali della Liguria, soprattutto nel mercato del traffico di stupefacenti.

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Infatti, non tutti i gruppi partecipano a tutte le attività illecite in ogni porto, sembra esserci un processo di specializzazione nei mercati illegali e di diversificazione nei porti: diversi gruppi criminali operano in mercati specifici e con strategie peculiari in differenti scali. Sono però le caratteristiche e le opportunità offerte dai contesti e dalle economie locali che contribuiscono a definire queste possibilità perché per operare all’interno del porto, che ha la natura di uno spazio chiuso, interdetto al pubblico, è necessario avere a disposizione le giuste chiavi di accesso, garantite dai legami con chi vi lavora o dall’avere la possibilità di infiltrare propri uomini o aziende nell’area portuale. In conclusione, i porti sembrano essere uno snodo strategico e di fondamentale importanza per la criminalità organizzata, che può sfruttare l’infrastruttura e i collegamenti per svariati scopi. Un tema su cui, però, il dibattito sembra ancora timido.

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